In questa sezione puoi trovare la storia della pallacanestro e delle nazionali italiane, oltre a testimonianze e aneddoti di ex giocatori, addetti ai lavori e appassionati.

Testimonianze


Antonio Farina, la mia storia con Cantù e l'approdo a Milano

Racconto di Antonio Farina, giocatore della Pallacanestro Milano dalla stagione 1975-76

Devo premettere che era destino che dovessi vestire prima o poi la maglia della Pallacanestro Milano.
Nell’estate 1966, dopo aver disputato un ottimo campionato di serie C (tra i top scorer del campionato), la mia società "Forti e Liberi" di Monza mi informò della richiesta dell’Oransoda di Cantù di passare da loro per giocare in serie A. Dato che avevo frequentato il IV anno di ragioneria a Monza e volevo conseguire il diploma senza avere distrazioni, rimanemmo d’accordo con Cantù e con il placet di Ribolini (coach della F&L) di posticipare il trasferimento al termine della stagione 1966/67.

Arrivata l’estate 1967, fresco di diploma, ero convinto di ricevere la convocazione al raduno dell’Oransoda senonché la F&L, inaspettatamente mi propose un incontro con Garbosi, general Manager della All’Onestà. Mi meravigliai e chiesi il motivo. La spiegazione datami fu che l’Oransoda non si era più proposta mentre la All’Onestà si era interessata a me. Andai pertanto a colloquio da Garbosi, il quale mi chiese di effettuare dei provini per valutare il mio ingaggio nelle loro file, partecipando con loro ad alcuni tornei estivi.

Ero deluso da Cantù per quanto riferitomi e diedi il mio assenso, anche se leggendo i nomi che componevano la rosa della squadra mi sentivo un po’ preoccupato (c’erano almeno dieci nomi tutti di giocatori già affermati in serie A).

Il giorno successivo la Gazzetta dello Sport pubblicava un trafiletto dove si dava per fatto il mio passaggio alla All’Onestà!

In giornata però ricevetti direttamente a casa una telefonata di Aldo Allievi (Presidente di Cantù) che mi chiedeva come mai avessi scelto Milano. Una volta chiarito che mi era stato riferito dalla mia Società F&L che loro, dopo il rinvio dell’anno prima, non si erano più proposti, fui convocato a Cantù, dove mi mostrarono le copie delle raccomandate con cui si richiedeva il mio trasferimento a più riprese e con disponibilità ad incontri per definire il mio passaggio senza provini.

Ero furioso, per cui decisi di rifiutare il trasferimento a Milano, andando personalmente a riferire a Garbosi le mie motivazioni.

In base al regolamento del tempo poteva essere richiesto lo “svincolo di autorità” e applicata una sospensione sino a un massimo di tre anni, ma di norma veniva comminata una squalifica minore, in base alle motivazioni e circostanze, (trasferimenti per motivi di studio o lavoro o statuti sociali ecc.) consentendo in compenso la libertà di tesseramento, una volta scontata la sospensione. 

Ed infatti andò proprio così e venne sospeso il mio tesseramento fino al 31 dicembre dell’anno successivo.

Il Corriere della Sera commentò la vicenda con “Farina è un prezioso elemento che sta scontando una punizione assurda comminatagli dalla Federbasket per una infrazione da lui mai commessa”

Nel frattempo l’Oransoda vinse il suo primo scudetto, stagione 1967-68, ed io partecipai a tutti gli allenamenti. Cantù mi garantiva un rimborso spese di 50.000 lire mensili (il costo del pulman di linea mensile tra Desio e Cantu’) che accantonavo pazientemente ed a fine stagione acquistai, con i risparmi, una Fiat 500; ma il rammarico per non far parte della formazione vincitrice del primo scudetto di Cantù fu pesante.

Comunque fu un anno molto formativo, sotto tutti i punti di vista, ed ebbi anche l’occasione di conoscere altri giovani che giocavano altrove e che talvolta venivano ad allenarsi con noi come Dante Gurioli e Paolo Viola, e di allenarmi per un anno sotto la guida di Stankovic e con giocatori del calibro di Burgess, De Simone, Merlati, D’Aquila e dei miei futuri capitani, Tonino Frigerio e Carlo Recalcati.

La stagione 1968-69 iniziò senza di me, e solo a partire dal 1 gennaio 1969 potei indossare ufficialmente in campionato la maglia canturina. In Coppa dei Campioni, invece, fui schierato sin dall’inizio della competizione, per cui in effetti il mio debutto assoluto con la maglia di Cantù avvenne il 16 novembre 1968  a Mersch segnando 2 punti, per poi debuttare in casa il 28 novembre 1968 sempre contro il Mersch segnando 22 punti.

Anni splendidi di formazione sportiva e umana, con un ruolo importante e con la vittoria per tre volte della Coppa Korac e dello scudetto 1974-75. Avevo raggiunto dei risultati che non avevo mai nemmeno sognato quando calcavo il campo all’aperto della F&L (per anni titolare e anche capitano in Nazionale B, Nazionale di Lega nei tornei estivi, Nazionale Militare anni 70 e 71 a Teheran e Damasco e Universiadi di Torino 70), ma grosse nubi si stavano addensando sulla mia testa.

Nell’estate 1975, a campionato appena vinto fui contattato da una rivista sportiva per una lunga intervista che uscì la mattina della partita decisiva contro l'Ignis a Cantù per l’assegnazione dello scudetto 74/75.  Una domanda “poco felice” era finalizzata a conoscere la mia opinione su coach Taurisano.

La mia (molto articolata) risposta fu sintetizzata in modo estremamente conciso ed ambiguo per cui oltre ad essere non rispondente al mio pensiero poteva insinuare malevolenze e disistima nei confronti del coach.

Cercai di spiegare i fatti, mandai persino una precisazione alla rivista (che la pubblicò come trafiletto in seconda pagina di copertina) ma non ci fu verso di cambiare la decisione della società e fui ceduto.

Con Coach Taurisano ebbi un necessario chiarimento, e i nostri rapporti privati continuarono con reciproca stima nei nostri incontri successivi e con pubbliche e sincere dichiarazioni di stima reciproche. Cantù e la società diretta da Allievi e Morbelli è stata sicuramente in quegli anni la Società che mi ha dato l’opportunita di formarmi e realizzarmi sia come giocatore che, poi, come dirigente sportivo. Nei miei sei anni di gestione di Desio, con galoppata dalla serie C alla serie A (con l’arte di far quadrare i risultati con le difficoltà dei budget minori delle piccole città) c’è tutto l’insegnamento manageriale di Aldo Allievi e Lello Morbelli. E mi onoro grandemente e sono riconoscente di essere presente nella piazza delle 80 stelle della storia del basket a Cantù.

Apro una parentesi. Fino al 1975, le squadre italiane erano normalmente formate da sei/sette giocatori importanti e poi da giovani promesse “vere” o giocatori anziani di esperienza. Cantù e Aldo Allievi erano stati maestri di programmazione societaria fin dal primo scudetto del 1968 (Burgess, De Simone, Merlati, Frigerio, Recalcati, D’Aquila, poi Tirabosco, Cossettini, Rossi e Marino) e così anche nel 1975 (Lienhard, Della Fiori, Marzorati, Recalcati, Farina, Meneghel, con i giovani Cattini, Beretta, Tombolato). Quindi per fare la Coppa Campioni, Cantù doveva aggiungere un secondo americano, poi dall’anno successivo era già stabilito che anche in campionato si sarebbero tesserati due stranieri. Mi sono fatto l’idea che Cantù ( da sempre molto attenta alla gestione finanziaria) avesse programmato la cessione mia o di Meneghel, per sostituirci con un’ala alta di 2 metri (tipo Bariviera, Bertolotti o Quercia, tanto per capirci e che noi non disponevamo). Forse, senza volerlo, la mia intervista tolse dall’imbarazzo la Società per una scelta scomoda, che per la serietà e il rigore amministrativo sembrava obbligata (fu ingaggiato Grochowalsky come secondo americano, un’ala di 2,02 grande tiratore e difensore e un uomo di equilibrio di gioco in quintetto, una copia simile, ma decisamente migliore di Farina o Meneghel e Cantù vinse anche la Coppa Intercontinentale e la Coppa delle Coppe, ma non replicò in campionato). 

A questo punto misi in chiaro che potevo accettare solo una destinazione vicina a Cantù, dove nel frattempo avevo intrapreso la professione di assicuratore (seguendo l’esempio di Recalcati): oppure a Desio e comunque che non avrei avuto difficoltà a smettere di giocare in caso contrario (la regola dello svincolo d’autorità dopo il periodo di squalifica era stata eliminata nel frattempo). La mia sincera determinazione e il contestuale interesse della Mobilquattro nei miei confronti resero possibile il mio ingaggio nella formazione del Comm. Caspani, agli ordini di coach Guerrieri.

A Milano disputai altre quattro stagioni in serie A. Anche questi sono stati anni bellissimi, dove sportivamente non abbiamo raccolto risultati continuativi ma ci siamo tolti la soddisfazione di sconfiggere le squadre top dell’epoca (eravamo un po' delle mine vaganti), e dove mi sono fatto degli amici tuttora carissimi. Ma questa è un’altra storia…..che eventualmente, potremo raccontare una prossima volta.

Racconto inviato e quindi riservato per il Museodelbasket-milano.it