In questa sezione del museo puoi ripercorrere alcune tappe della storia del basket milanese dalle origini.

Storia milanese


Kobe e l’Olimpia Milano: un amore che non ha potuto vivere

Il 26 gennaio 2020 una terribile notizia ha colpito il mondo del basket e non solo. In un tragico incidente ha perso la vita Kobe Bryant, stella NBA, personaggio unico, un amico di tutti noi italiani.

La notizia ha ovviamente colpito anche noi del Museodelbasket-milano.it e per onorarlo abbiamo pensato di scrivere questa scheda storica che racconta una breve parte della sua incredibile vita che si è intrecciata con la storia dell’Olimpia Milano.

Il nostro racconto ha inizio il 31 luglio del 1999 quando il Corriere della sera, in un piccolo trafiletto, riporta la notizia di un ritorno dell’interessamento dell’imprenditore italo-americano Pasquale Caputo per l’acquisto dell’Olimpia Milano da Bepi Stefanel. Pasquale Caputo, nato a Mola di Bari, trasferitosi a Chicago è titolare della “Wisconsin Cheese, Inc”, ditta specializzata nella produzione di formaggi con un fatturato annuo da 90 miliardi di vecchie lire, e negli USA si è appassionato di basket seguendo i Bulls.

L’accordo di cessione, per circa 1 miliardo e 700 milioni di lire, venne formalizzato il 6 agosto 1999. C’è da dire che una grossa mano a convincere il nuovo proprietario Olimpia la diede, inizialmente, Mike D’Antoni, diventato nel frattempo coach a Denver, ma soprattutto la moglie Laurel che, conoscendo l’avvocato Charles Bernardini già collaboratore di Caputo, avevano avuto modo di raccontare al nuovo patròn la positiva esperienza avuta a Milano. Ricorda Tony Cappellari al nostro Museo che “fu proprio Bernardini a consigliare a Caputo di investire in Italia”.

Ma cosa c’entra Kobe con tutto questo? La “Kobe Bryant Enterprises”, una società che al tempo gestiva gli interessi del giocatore, a fine ottobre del 1999 acquista una quota consistente dell’Olimpia. Suo padre Joe, ottimo giocatore che ha calcato i nostri parquet per sette anni ad altissimi livelli, entra cosi nel consiglio di amministrazione e, successivamente, diventa anche vice presidente di Caputo, mentre Kobe, che parla benissimo l’italiano e periodicamente torna in Italia dove da ragazzo è cresciuto e ha studiato tra i 5 e i 13 anni, ne è entusiasta. Dirà Joe in occasione di un’intervista rilasciata alla Gazzetta che, se il professionista è in America, l’uomo Kobe e i suoi affetti sono qui da noi, e l’Olimpia è un’occasione per rafforzare il legame.

La vita gli ha regalato, purtroppo, un finale diverso ma nel 1999 Joe lasciava aperta una porta per l’approdo di Kobe all’Olimpia come giocatore: “Mio figlio tornerà a vivere in Italia” diceva “Non so quando ma lo farà”. Concludendo l’intervista apparsa sulla Gazzetta con un “Ma intanto un piede nell’Olimpia l’ha già messo”.

Anche se in effetti Kobe Bryant non ha mai indossato in una partita la maglia Olimpia, è bello pensare che una maglia n.8 a lui “assegnata” con il nome regolarmente posizionato sulla schiena l’ha effettivamente avuta. Come ricorda Bruno Alberti dell'Olimpia Milano Jerseys Collection, la maglia è stata realizzata in pochi esemplari a fini promozionali. Quel numero, che ha portato anche durante la prima parte di carriera in NBA, lo aveva scelto in quanto appartenuto a Mike D’Antoni del quale era stato grande fan. Ma non solo, il suo nome finì sulle maglie ufficiali Olimpia nella seconda parte della stagione 1999/2000. Nel logo rotondo colore nero posizionato sulla sinistra appena sotto le due stelle degli scudetti vinti, era possibile trovare una “C”, la sigla di Kobe composta da una “K” affiancata da un piccolo numero “8” e sotto la scritta “KOBE & CAPUTO”.

In una intervista raccolta dal Corriere della sera Kobe dichiara: “Sono cresciuto in Italia.... Ho dei straordinari amici da voi, l’Italia mi ha dato tanto.... Perciò ho comprato l’Olimpia”.

Un vero contatto “fisico” con la società e la squadra, ricorda Valerio Bianchini nel suo libro, Kobe lo ebbe in occasione di un camp ad inizio dell’estate del 2000 organizzato da Caputo a Chicago per ragazzi italiani, dove si presentò e si intrattenne parlando italiano.

Non tutto però fu rose e fiori: già a gennaio si leggeva su giornali delle “intromissioni” di Joe Bryant nella gestione della società all’insaputa di Caputo, delegittimando il coach Crespi e facendo perdere i riferimenti alla squadra. Ne pagherà le conseguenze anche il general manager Olimpia che abbandonerà il club dopo anni di grandi successi lasciando il suo ruolo allo stesso Caputo, uscirà di scena di Dan Peterson coinvolto nel progetto fin dall’inizio come consulente e dimissionario anche lui e sarà assegnato a Cinzia Lauro, già segretaria del club, il ruolo di team manager. Caputo arriverà addirittura a dichiarare alla Gazzetta che “se non c’è risposta, se proprio qui non si decolla, sposto la squadra a Bari”.

Anche il rapporto con la stampa non decolla e a distanza di un anno dal suo arrivo, si inizia a leggere dei dispetti e quindi della guerra tra i due soci per il controllo, e che si parlerebbero solo tra avvocati. La squadra è in mano a Bianchini ma non si intravede un progetto. Si racconta, come esempio di un declino inesorabile, che Mike Brown, ex Desio, avrebbe rifiutato di arrivare a Milano dopo avere scoperto in aeroporto del suo volo in “economy”. I tifosi, sempre gli ultimi ad arrendersi, organizzarono un sit-in di protesta in occasione del CdA del 31 luglio 2000 dove si sarebbe cercato di raggiungere un accordo tra i due soci, anche sulla base di una proposta di Bryant e Kobe di acquistare l’intero pacchetto societario. La soluzione non venne trovata e la disputa si spostò oltre oceano dove risiedevano le società americane che controllavano l’Olimpia.

Nel frattempo a livello dei conti avanza l’ombra del fallimento, si arriva a ridosso della scadenza per l’aumento di capitale da cinque miliardi di lire e Adecco, sponsor del club, interviene per garantire il pagamento degli stipendi. Dopo tale data scadrà l’opzione dei due soci e si aprirà ad altri eventuali investitori, pena la liquidazione della società.

Arriva però Sergio Tacchini a capo di una cordata composta da Santo Versace e, ci ricorda Cappellari, Antonio Caserta proprietario e presidente dell’Asystel volley Milano. I due ex-soci americani escono definitivamente di scena e Tacchini da solo, sottolinea ancora Cappellari, si impegnerà a quel punto a pagare i debiti e a fare rifiorire il club.

Ritornando a Kobe, Caputo in una delle sue tante interviste aveva espresso la personale idea che sarebbe venuto a giocare a Milano quanto prima. Del resto era socio al 50\% dell’Olimpia. Il nostro rammarico è non avere visto realizzarsi questo sogno.

Un ringraziamento a Tony Cappellari per il contributo, e a Bruno Alberti dell'Olimpia Milano Jerseys Collection​ anche per le foto concesse.

Pasquale Caputo e Kobe Bryant, con la sua maglia Olimpia Milano n.8, ai tempi dell'acquisto della società. 

Logo "Kobe e Caputo" sulle maglie Olimpia

Le divise Adecco della stagione 1999/2000

La maglia di Kobe Bryant